Un Affare di Famiglia, Palma d’Oro a Cannes, un film che sgretola ogni certezza

Che cos’è la famiglia? È questa la domanda che sorge spontanea dopo la visione di Un affare di famiglia del regista Kore-Eda Hirokazu, vincitore della Palma d’Oro a Cannes.

All’inizio lo spettatore è portato a pensare che si tratti di un film sulla miseria e che la chiave di tutto sia proprio lì, nella povertà, e invece viene raccontata una storia completamente diversa. Si parla del concetto di famiglia in questo film. È famiglia quella dove i genitori picchiano la figlia e non ne denunciano la scomparsa o è famiglia quella dove la piccola viene accolta e trattata con affetto, nonostante non ci siano legami di sangue? Stare accanto a un’anziana nonna è amore o è opportunismo dal momento che si vive con la sua pensione?

Il regista semina indizi, fa intravedere la verità senza svelarla del tutto, mette in luce poco alla volta e per brevi momenti dei tasselli di un quadro ben più ampio che si coglie nella sua completezza solo alla fine e comunque non del tutto. Lo spettatore fatica a comprendere i legami e le dinamiche familiari all’interno del nucleo di persone che il regista decide di rappresentare. Pare essere una famiglia, ma non è esattamente così. E se non è una famiglia quella dove regna affetto, condivisione e complicità, cos’è allora?

Giusto e sbagliato in questo film hanno confini labili. Rubare è sempre una cosa negativa, anche quando si tratta di piccoli furti e perché si hanno pochi soldi? Il tema della solitudine viene appena sfiorato, eppure continua ad aleggiare durante tutta la proiezione. “Ho fatto un accordo con voi, non morirò da sola” dice la più anziana del gruppo. Il denaro può comprare la compagnia?

È un film dove si vedono spessissimo i protagonisti mangiare. Il rapporto con il cibo è ossessivo. È presente in quasi tutte le scene. Il nutrimento del corpo non manca, ma le pance rimangono insoddisfatte. C’è tanta fame in questa pellicola, ma non (solo) di cibo.

Gli spazi sono claustrofobici, pieni di oggetti da sembrare sul punto di esplodere, eppure c’è spazio per accogliere nuove bocche da sfamare, nuove anime da abbracciare. In quel disordine, in quell’ammasso di persone e cose, si è capaci di accogliere e condividere quel poco che si ha. Altrove, in appartamenti ben più ampi e meglio arredati, le persone invece se ne vanno, non ci vogliono stare.

Verso il finale del film un’assistente sociale dice “Non si è madri se non si partorisce”, ma è davvero così? È madre la donna che si dona a chi non ha partorito o è madre chi ha partorito ma è scocciata dalla presenza del frutto del suo ventre?

Sono tante le domande che rimangono in sospeso. Al regista non interessa dare risposte, interessa raccontare un universo di anime che vive in disparte, che non vuole avere la luce dei riflettori addosso eppure si porta dentro storie incredibili. Questo film dà spazio alla quotidianità di persone che in altri contesti non ne avrebbe affatto.

Un affare di famiglia di Kore-Eda Hirokazu con Kirin Kiki, Lily Franky, Sôsuke Ikematsu, Sakura Andô, Miyu Sasaki, Jyo Kairi – Vincitore della Palma d’oro al Festival di Cannes 2018