Euforia, un film coraggioso che non cerca la lacrima facile

Quando Valeria Golino iniziò ad avere i riflettori puntati addosso dopo Rain Man, mi sono chiesta per anni come mai un’attrice così avesse tutta questa attenzione. Non mi piaceva la sua voce, non mi piaceva il suo aspetto, non mi piaceva come recitava. Quando Riccardo Scamarcio arrivò alla ribalta con Tre metri sopra al cielo, l’ho considerato per anni un attore belloccio ma senza particolari doti. Che stupida. Mi sbagliavo.

Mi ero già in parte ricreduta sul loro conto, ma con Euforia mi è arrivato lo schiaffo finale. Euforia per la regia di Valeria Golino con l’interpretazione di Riccardo Scamarcio e Valerio Mastrandrea è un film bellissimo.

Valeria, perdonami, non avevo capito niente di te. Riccardo, scusami con te mi sono comportata come un’intellettuale snob. Per fortuna ho un’adorazione per Valerio Mastrandrea e quindi almeno a lui non devo scuse, se non quella di non essere obiettiva quando recita, sono sempre dalla sua parte.

In Euforia si parla della famiglia, della malattia e della morte senza voler commuovere a tutti i costi, senza cercare la lacrima facile, senza i soliti buoni sentimenti che hanno ampiamente rotto. Finalmente si parla di vita vera.

Qui i malati sono malati, non eroine che considerano i tumori dei doni capaci di far tirare fuori il meglio di una persona. Qui i malati sanno che stanno per morire e hanno paura, si lasciano andare, sono depressi, non ce la fanno più, non sopportano nessuno, sono sfiniti, si sentono falliti e non si ripetono frasi motivazionali sull’importanza di restare positivi, di combattere e simili. Perché un tumore al cervello non è un dono e la disperazione è quanto di più autentico e sincero si possa provare in quella condizione.

Questo film racconta dei vincitori e dei vinti della società contemporanea e fa vedere quanto anche i vincitori sono spesso tristi, insoddisfatti e incapaci di uscire dal loro personaggio, obbligati a recitare un copione che si ripete tutti i giorni, in un palcoscenico dove trionfa tutto ciò che è vacuo e inutile.

Ma veniamo al tema della famiglia. I due fratelli, Marco (Riccardo Scamarcio) ed Ettore (Valerio Mastrandrea), non si piacciono e si sopportano a malapena. Ettore chiede in modo nudo e crudo che la madre, la moglie e il figlio si tolgano di mezzo. Ebbene sì, i propri figli possono anche risultare insopportabili, non sono necessariamente dei “piezz’e core”. I familiari non devono piacersi per forza. Alla propria madre non si riservano solo belle parole, baci e abbracci. Le madri non sono solo le donne più importanti della vita, sono anche persone che non si ha voglia di avere intorno. Quanto alla moglie, la frase di Ettore “Non torno da lei. Ho sempre saputo fosse superficiale. Almeno una volta era bella”, dice tutto su quanto anche il matrimonio possa essere una farsa.

Valeria Golino lascia l’amore eterno alle fiabe Disney, così come lascia la famiglia tutta cuore e buoni sentimenti alla pubblicità del Mulino Bianco. E sono proprio queste scelte coraggiose a rendere grande il film.