Cosa c’entra la Teoria del Caos con Woody Allen e La Ruota delle Meraviglie?

Se vuoi comprendere Woody Allen, fai attenzione alle donne che mette in scena. Vale anche per La Ruota delle Meraviglie. Le donne hanno sempre un ruolo chiave nei film di Woody, pure quando non sono protagoniste principali. Del resto, Allen non parla d’altro che d’amore. O pensavate parlasse solo di fobie e nevrosi?

Se c’è una cosa in cui Woody Allen è maestro è il saper essere diverso da se stesso pur mantenendo un suo marchio di fabbrica. Se si guardano uno dietro l’altro Prendi i soldi e scappa, Interiors, Manhattan, Match Point e Cafè Society, si potrebbe pensare siano dei film di registi differenti. Allen è così, camaleontico come il suo Zelig. In questo film ancora una volta sorprende, nonostante sia riconoscibilissima la firma del regista. In La Ruota delle Meraviglie, melodramma familiare ambientato a Coney Island negli anni Cinquanta, c’è tutto Allen: il suo adorato cinema, ma anche il teatro, la letteratura e in genere l’arte di raccontare e mettere in scena piccole e grandi vicissitudini della vita.

Non c’è bisogno di rivolgere lo sguardo a vite straordinarie, è nel quotidiano che si trova la verità. In quell’insoddisfazione che nasce dall’accontentarsi. In quella voglia di evadere, di sognare, di desiderare qualcosa di più grande. Magari anche l’amore, quello che ti fa dimenticare di mangiare e di dormire, tanto è totalizzante. Quello che fa fare follie e che fa sentire vivi.

Le donne in La Ruota sono farfalle bellissime che non sanno volare via. Via da una vita mediocre, via da relazioni ormai finite, via da una quotidianità che sta troppo stretta. E nel dolore della rinuncia della felicità non possono che diventare crudeli verso chi a volare non ci prova nemmeno e spietate verso chi, forse, ha ali più forti e capaci di librarsi in volo.

A fare da sfondo delle vicende è un luna park, a cui tanto è legato Allen, con la sua magnifica ruota panoramica, già presente in Radio Days e citata in Io e Annie. Ma qui di Woody troviamo anche un altro temo caro: il senso di colpa (impossibile non pensare a Crimini e Misfatti).

Nei film di Woody le parole sono importanti quanto le immagini. Narrazioni fuori campo, monologhi e dialoghi, come in altre opere del regista, sono da ascoltare e riascoltare. E dove il verbo trova ostacoli, viene in soccorso la luce. È con le luci, talora calde sui toni del rosso talaltra fredde su quelli del blu, che Allen racconta infatti quello che le parole non sempre riescono a dire.

Il sipario si alza e si abbassa sugli interpreti di questo melo’ come se fossimo a teatro. Allen la voleva in Match Point, l’ha potuta avere in Wonder Wheel. Kate Winslet è perfetta nel ruolo di Ginny, moglie insoddisfatta dell’addetto alla giostra che si innamora del bagnino, Mickey (justin Timberlake), giovane bohemien in cerca di successo (e avventure sentimentali). Jim Belushi ha le fattezze e i modi propri di Humpty, personaggio in cui si cala rendono la figura del marito di Ginny reale e credibile, pur appartenendo al magico mondo del luna park. Juno Temple è Carolina, figlia di Humpty e inconsapevole rivale in amore di Ginny, vestita dell’incanto e dell’ingenua malizia che solo la giovinezza può avere.

Per la teoria del caos, un piccolo cambiamento rispetto alle condizioni iniziali può produrre grandi variazioni nel lungo termine. Saprà Ginny fare quel piccolo cambiamento necessario per cambiare vita o rimarrà prigioniera del vortice dell’abitudine?

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